Risse, baby gang e tensioni serali trasformano uno dei luoghi storici di aggregazione della città in uno spazio che fa paura
Piazza Gramsci, nel cuore di Giugliano in Campania, non è più quella di una volta. Un tempo punto di ritrovo naturale per generazioni di giovani, oggi è diventata una delle aree più problematiche della città: teatro di liti accese, presenza costante di baby gang e un clima di insicurezza che si fa più pesante quando cala il sole. Chi ci abita vicino lo sa bene. Chi ci passa la sera accelera il passo senza nemmeno rendersene conto.
Il degrado non è arrivato da un giorno all’altro, è stato un processo lento, quasi impercettibile, fatto di piccoli segnali ignorati che nel tempo si sono sommati fino a stravolgere il volto di uno spazio pubblico che avrebbe tutti i requisiti per essere vissuto con piacere. E invece eccola lì, piazza Gramsci: bella nell’impianto, svuotata nel senso.
Quando la piazza era davvero dei ragazzi
Basta parlare con chi a Giugliano ha qualche anno in più per sentirsi raccontare una piazza completamente diversa. Piazza Gramsci era il posto dove ci si trovava nel pomeriggio, si stava seduti a chiacchierare, si organizzavano le serate. Un luogo informale ma vivo, dove le relazioni sociali si costruivano quasi da sole, come succede nei migliori spazi urbani quando funzionano davvero.
I centri storici dei comuni campani hanno sempre avuto questa funzione: la piazza come agorà contemporanea, spazio dove le comunità si riconoscono e si tengono insieme. Non un monumento, non un luogo di semplice passaggio, ma un posto dove fermarsi aveva senso e dove farlo era bello. C’era un tempo in cui i ragazzi di Giugliano crescevano in quella piazza, nel senso più letterale del termine: imparavano a stare con gli altri, a gestire i conflitti, a costruire amicizie che duravano anni. La piazza era una palestra sociale informale, gratuita e accessibile a tutti. Poi, gradualmente, qualcosa si è rotto.

Baby gang, liti e coltelli: il clima di oggi
Oggi la situazione è ben diversa, e non ci vuole molto a rendersene conto. Piazza Gramsci è segnalata da residenti e frequentatori abituali come uno dei punti della città dove il senso di insicurezza è più concreto e quotidiano. Le baby gang (gruppetti di giovanissimi, spesso minorenni) si contendono lo spazio con una logica territoriale che lascia poco spazio a chi non fa parte di quei cerchi.
Le liti sono frequenti, alcune degenerate in episodi con ragazzi armati di coltelli o altri oggetti. Non episodi isolati, ma una tendenza che si ripete con una certa regolarità. Le ore serali sono quelle più critiche. Dopo le venti, secondo molte testimonianze raccolte sul territorio, la piazza tende a svuotarsi progressivamente di chi non appartiene a quei gruppi. Le famiglie si allontanano, i commercianti abbassano le saracinesche prima del solito, i passanti allungano il percorso pur di non attraversarla.
È il meccanismo classico con cui uno spazio pubblico muore: non viene distrutto, viene semplicemente abbandonato da chi avrebbe diritto di usarlo. Non si tratta solo di percezione soggettiva, il fenomeno delle baby gang nei comuni della provincia di Napoli è documentato e affrontato anche a livello istituzionale, con interventi delle forze dell’ordine e progetti di prevenzione attivati in diversi contesti territoriali. Giugliano, con la sua densità demografica (è uno dei comuni più popolosi dell’intero Sud Italia, con oltre centomila abitanti) non fa eccezione, e piazza Gramsci ne è diventata uno dei punti più visibili e simbolici.
Le radici del problema: disagio, vuoto educativo e mancanza di alternative
Dietro questi fenomeni c’è quasi sempre una combinazione di fattori che gli esperti di disagio giovanile conoscono bene e che si ripetono con dolorosa coerenza in molti contesti del Mezzogiorno: carenza di spazi di aggregazione sani, assenza di riferimenti adulti stabili, povertà educativa, opportunità scarse o inesistenti.
I ragazzi che finiscono nelle baby gang non sono semplicemente “cattivi” o irrecuperabili: sono spesso giovani che non hanno trovato altro a cui aggrapparsi, e che in quei gruppi cercano identità, protezione, riconoscimento. Cercano, in fondo, quello che cerca qualsiasi adolescente, solo che lo cercano nei posti sbagliati perché quelli giusti non glieli ha offerti nessuno.
La piazza, in questo senso, è vittima due volte. Prima viene abbandonata dalle istituzioni e dalle politiche di welfare giovanile che non investono abbastanza, poi viene occupata da chi quel vuoto lo riempie a modo suo, con le regole della strada. E nel mezzo ci sono i giovani perbene, quelli che vorrebbero solo un posto dove stare senza dover scegliere da che parte schierarsi. Per loro, piazza Gramsci non è più un’opzione.
Il senso di una piazza e cosa si perde quando muore
C’è qualcosa di più profondo, nella morte sociale di una piazza, che va oltre i dati della cronaca. Gli spazi pubblici urbani non sono solo infrastrutture ma il luogo fisico dove si costruisce il senso di appartenenza a una comunità. Quando una piazza smette di essere frequentata liberamente, si incrina qualcosa nel tessuto sociale di un quartiere, di un’intera città.
Giugliano è una realtà complessa, con contraddizioni forti e risorse altrettanto forti. Ha un tessuto associativo attivo, scuole che lavorano bene anche in contesti difficili, energie civiche che resistono. Ma se gli spazi pubblici diventano terra di nessuno, anche quelle energie rischiano di dispiegarsi nel vuoto, senza un luogo fisico dove radicarsi e manifestarsi.
Serve una risposta che vada oltre il presidio
La risposta a questi fenomeni non può essere solo di ordine pubblico, anche se il presidio delle forze dell’ordine resta necessario e non sostituibile nel breve periodo. Le esperienze positive in altri contesti urbani del Mezzogiorno mostrano che la riattivazione di uno spazio come piazza Gramsci passa da un lavoro più profondo e più paziente: educatori di strada, associazioni radicate nel territorio, progetti culturali e sportivi che ridiano ai giovani motivi concreti per stare in un posto senza doverlo difendere a costo di una rissa.
Non basta illuminare meglio la piazza o installarci qualche telecamera in più, anche se entrambe le cose possono aiutare. Serve rimettere al centro le persone, e in particolare i giovani: non come problema da gestire, ma come risorsa da coinvolgere. Serve che qualcuno si prenda la responsabilità di riportare vita in quello spazio, con continuità, con metodo, con la consapevolezza che i risultati non arrivano in settimana.
Una piazza non si salva con un’ordinanza. Si salva restituendole una comunità che la abita, che la frequenta, che la considera propria. Finché quella comunità non torna a riconoscersi in piazza Gramsci, lo spazio resterà quello che è diventato: un posto dove fa paura fermarsi, anche solo per un momento.


