Tra stereotipi duri a morire e croniche carenze di servizi, l’assessora punta sulla rigenerazione urbana e il potenziamento del welfare per invertire la rotta di un mercato del lavoro ancora troppo a misura d’uomo
Una donna su tre. In Campania la statistica si ferma qui, a un passo dalla paralisi. I numeri restituiscono una realtà glaciale: solo il 32,3% delle donne ha un impiego. In una delle regioni più giovani d’Italia, il talento femminile rimane chiuso in casa, vittima di un welfare che non c’è e di una cultura che fatica a morire. Qual è il prezzo di questo silenzio produttivo? E come si rompe il soffitto di cristallo in territori dove mancano anche i servizi minimi? Claudia Pecoraro, assessora regionale alle Pari Opportunità e avvocata penalista specializzata in violenza di genere, sta provando a rispondere con una strategia che unisce la rigenerazione urbana al potenziamento del lavoro. La sua è una sfida “testardamente determinata” contro un sistema che per troppo tempo ha considerato il lavoro delle donne una variabile trascurabile.
Il muro invisibile: tra cultura della cura e deficit strutturali
Il primo ostacolo non si vede, ma si sente nel peso delle giornate che non finiscono mai. In Campania, il lavoro di cura grava quasi interamente sulle spalle femminili, una zavorra che rende la scalata professionale un’impresa per poche. Secondo l’assessora, analizzare questo fenomeno richiede una lente bifocale, capace di inquadrare contemporaneamente il dato culturale e quello materiale. “Non può parlarsi di occupazione femminile, nella necessaria analisi dei fattori di influenza, senza tenere insieme tanto l’aspetto culturale quanto quello strutturale”, spiega con la fermezza di chi conosce i territori. “Nonostante la strada percorsa in questi anni verso l’emancipazione lavorativa ed economica femminile, la persistenza di stereotipi sociali che ancorano il ruolo della donna a quello di cura, tanto nella vita familiare quanto nell’individuazione dei profili lavorativi, pesa in modo nettissimo sulle opportunità che la società offre”.
Ma il pregiudizio non è l’unico nemico. C’è un’assenza fisica di infrastrutture che rende la quotidianità un percorso a ostacoli. “A questo si aggiunge una carenza strutturale di servizi che favoriscano la conciliazione e dei tempi vita-lavoro, l’inefficienza del sistema di trasporto pubblico e il deficit di opportunità lavorative stabili”. Per l’assessora, dunque, non basta qualche incentivo a pioggia: bisogna smontare le barriere invisibili e costruire asili nido dove oggi ci sono vuoti.

Oltre il soffitto di cristallo: formazione e politiche attive
Il gap occupazionale non è solo un problema d’ingresso, ma di permanenza e crescita. Le donne che riescono a entrare nel mercato del lavoro spesso rimangono intrappolate in ruoli di basso profilo, lontane dai centri decisionali e con stipendi che confermano un gender pay gap ancora inaccettabile. La ricetta della Regione Campania passa per una revisione profonda delle politiche attive, cercando di sganciare finalmente l’idea di “donna lavoratrice” da quella di “caregiver per definizione”.
“Stiamo analizzando lo scenario normativo e dei servizi presenti”, prosegue l’assessora. “Occorre lavorare per rafforzare in modo strutturale le politiche a sostegno dell’occupazione femminile. Servirà potenziare le politiche attive del lavoro, incentivare le imprese che scelgono di assumere donne e investire nei servizi essenziali”.
La sfida è anche educativa. La formazione non deve essere un palliativo, ma un trampolino. “Servirebbe costruire percorsi di formazione qualificata e continua, capaci di accompagnare le donne nel tempo, che non si limiti a inquadrare l’esperienza lavorativa a quella di accudimento e cura. Si dovrà agire con visione e responsabilità, perché il lavoro delle donne non è una questione marginale, ma la misura più autentica di giustizia sociale e forte strumento di crescita economica collettiva”. Quando le donne sono messe nelle condizioni di esprimere valore, argomenta Pecoraro, non è una vittoria individuale, ma un rafforzamento dell’intero tessuto sociale.

La città non è neutra: abitare la sicurezza e l’autonomia
Uno degli aspetti più innovativi della strategia portata avanti da Pecoraro riguarda l’interconnessione tra urbanistica, diritto alla casa e parità. Se la città è pensata solo per chi si sposta in auto per lavoro d’ufficio, esclude automaticamente chi ha esigenze di mobilità diverse o chi vive in contesti di insicurezza. Per l’assessora, la rigenerazione urbana è un atto politico femminista.
“Servirà iniziare a progettare città più sicure, accessibili e sostenibili, con servizi di prossimità e trasporti efficienti. La rigenerazione urbana deve tenere conto delle esigenze quotidiane di donne e uomini“, dichiara, sottolineando che lo spazio non è mai neutro. Questo approccio diventa vitale quando si parla di autonomia abitativa per chi fugge da situazioni di oppressione familiare. “Occorre trovare strumenti che sostengano le donne nell’autonomia abitativa anche consentendo loro di allontanarsi da contesti familiari maltrattanti o non tutelanti. In questa direzione mi sto muovendo sia con il bando sul fabbisogno abitativo, che premia le donne vittime di violenza, sia con la pianificazione di risorse per l’housing sociale”.
È una visione di welfare moderno che non lascia indietro nessuno, trasformando la casa da semplice tetto a scudo per i diritti. La chiusura di Claudia Pecoraro è un manifesto di intenti: “Servirà un lavoro sinergico e coraggioso tra tutte le istituzioni per rafforzare l’accesso al credito, accompagnare le donne nei percorsi imprenditoriali e valorizzare le competenze. È un processo che richiede tempo e responsabilità, una sfida che non spaventa, anzi, mi vede, ci vede, ancora più testardamente determinate”.


