Dalle sindromi neurologiche dei pescatori giapponesi all’inquinamento da idrocarburi e amianto a Bagnoli. Minamata è un modello industriale tristemente noto per aver barattato la salute pubblica con il profitto.
Continuano senza sosta i lavori per la bonifica nell’ex area industriale di Bagnoli in vista dell’America’s Cup del 2027. Tra passaggi di mezzi pesanti, costante superamento dei limiti delle polveri sottili, così come attestato dagli ultimi dati ARPAC, e l’impressone di una “bonifica sommaria e accelerata”, i dubbi e le perplessità per chi vive nei pressi dell’ex polo siderurgico sono molti. A preoccupare, non solo le operazioni relative alla “colmata” di terra ma anche le importanti operazioni di dragaggio nelle acque di Bagnoli. Il pensiero vola immediatamente alla strage industriale di Minamata avvenuta in Giappone negli anni ’50.
Bagnoli e Minamata: due volti dell’eredità industriale
Il confronto tra l‘ex area siderurgica di Bagnoli, a Napoli, e la città giapponese di Minamata non nasce da un facile allarmismo, ma dalla necessità di comprendere come l’eredità industriale possa trasformarsi in una minaccia persistente. Sebbene le cronologie e le geografie siano distanti, il filo conduttore che le unisce è il sedimento marino, quella coltre di fango sul fondo del mare che custodisce i veleni di un intero secolo. A Minamata, il disastro si consumò nel silenzio di una produzione attiva; a Bagnoli, il rischio si sposta sulla fase della bonifica. Il dragaggio, l’operazione necessaria per rimuovere i veleni dal fondo marino, rappresenta oggi il momento di massima vulnerabilità: se non gestito con precisione chirurgica, l’intervento di pulizia potrebbe paradossalmente innescare processi di contaminazione simili a quelli che distrussero la comunità giapponese negli anni ’50.

Il rischio della risospensione dei “veleni” durante il dragaggio
Il pericolo principale durante i lavori di dragaggio a Bagnoli risiede nella risospensione dei contaminanti. Per decenni, l’Italsider ha depositato sul fondale metalli pesanti come piombo, zinco, cadmio e, in misura minore ma significativa, mercurio. Questi elementi giacciono attualmente “dormienti” sotto strati di sedimento. Nel momento in cui le draghe affondano le benne nel fondale, esse rompono l’equilibrio chimico-fisico del sedimento, riportando le sostanze tossiche nella colonna d’acqua. Questo fenomeno rende i veleni nuovamente “biodisponibili”: i microrganismi e i pesci li assorbono con estrema rapidità. A Minamata, il mercurio fluiva direttamente dagli scarichi della Chisso Corporation; a Bagnoli, il mercurio è già lì, ma il dragaggio rischia di “svegliarlo”, trasformando un inquinamento statico in una minaccia dinamica capace di muoversi lungo le correnti del Golfo di Pozzuoli.
Il materiale dragato su navi in viaggio verso altri paesi
La sabbia, dragata durante le operazioni, sarà trasferita in sversatoi individuati in Belgio, in Olanda ma anche in altri Paesi, probabilmente in Norvegia. Restano dubbi e perplessità sulla modalità di isolamento e conservazioni del materiale in attesa del trasporto.
Analogie tossiche
Esiste una somiglianza inquietante tra il destino dei pescatori giapponesi e il potenziale rischio per l’ecosistema flegreo: il metilmercurio. Questa forma organica del metallo è quella che causa i danni neurologici più devastanti. Sebbene a Bagnoli il cocktail di inquinanti sia più variegato — includendo Idrocarburi Policiclici Aromatici (IPA) e amianto — il mercurio rimane il sorvegliato speciale. La lezione di Minamata insegna che la concentrazione del veleno aumenta man mano che si sale nella catena alimentare, un processo noto come biomagnificazione. Un pesce piccolo mangia plancton contaminato, un pesce grande mangia molti pesci piccoli, e l’uomo, al vertice della piramide, accumula dosi massicce di tossine. Se le operazioni a Bagnoli non isolassero perfettamente l’area di cantiere, la fauna ittica locale subirebbe un picco di contaminazione. Nelle acque di Bagnoli, ad oggi, vige il divieto di pesca ma permane il nodo della pesca illegale così come quello della balneazione che non si è mai arrestata.

Differenze cruciali: fondamentale la conoscenza scientifica
Nonostante le similitudini, Bagnoli gode di un vantaggio fondamentale: la conoscenza scientifica. Il disastro di Minamata fu aggravato da una negligenza criminale e da una totale assenza di monitoraggio ambientale. Oggi, il progetto di bonifica per il litorale flegreo prevede l’uso di tecnologie di contenimento che negli anni ’50 erano fantascienza. Le moderne bonifiche utilizzano “panne di contenimento” (barriere galleggianti che arrivano fino al fondo) per circondare la zona di dragaggio e impedire la dispersione della torbidità. Inoltre, si impiegano draghe ambientali ad aspirazione che limitano drasticamente il rimescolamento dei fanghi. Mentre a Minamata l’inquinamento era un segreto industriale protetto dal potere politico, a Bagnoli il processo è sotto la lente d’ingrandimento di comitati civici, università e organi di controllo.
Monitoraggio costante come unica salvezza
Per evitare che Bagnoli diventi un capitolo italiano della tragedia giapponese, la parola d’ordine è monitoraggio in tempo reale. Quello che da mesi, in fondo, chiede la cittadinanza di Bagnoli.
La storia di Minamata, con ben oltre 2.200 vittime certificate,ci ricorda che il costo umano di un errore ambientale è incalcolabile e transgenerazionale.
Bagnoli rappresenta una delle sfide più grandi della città di Napoli: dimostrare che è possibile riparare i danni del passato senza crearne di nuovi, trasformando un’area di morte industriale in un modello di rigenerazione ecologica sicura. Dopo l’America’s Cup, Bagnoli attende il suo trofeo di rinascita e non un aumento di malattie.


