Scatta dal 1° gennaio l’adeguamento dei pedaggi legato all’inflazione programmata. In Campania l’aumento tocca anche la Tangenziale di Napoli, con il passaggio da 1 euro a 1,05. Il Mit: rincari dell’1,5% per le concessionarie con Pef in aggiornamento, dopo la sentenza della Corte Costituzionale
Il 2026 si apre con un rincaro destinato a pesare soprattutto su chi l’auto non può lasciarla in garage. Dal 1° gennaio, salvo sorprese dell’ultima ora, il pedaggio della Tangenziale di Napoli dovrebbe passare da 1 euro a 1 euro e 5 centesimi. È un incremento piccolo sulla carta ma significativo nella quotidianità di migliaia di pendolari e automobilisti. Questi attraversano la città per lavoro, studio o necessità. L’adeguamento rientra in un quadro nazionale di aumenti dei pedaggi. Sono legati all’indice di inflazione programmata e riguardano anche altre tratte campane. Tra queste, l’autostrada Salerno-Pompei-Napoli, per la quale è indicata una variazione più alta.
La misura arriva in un momento sensibile, a cavallo tra controesodi di Capodanno e rientri dell’Epifania. È quando i flussi di traffico tornano a salire e il tema dei costi di viaggio si intreccia con quello della sostenibilità economica della mobilità.
Tangenziale di Napoli, da 1 euro a 1,05: il rincaro e l’effetto “monetine”
Per la Tangenziale di Napoli l’aumento si traduce nel passaggio dall’attuale tariffa unica di 1 euro. È ferma dal 2017, a 1,05 euro. Una cifra che, oltre al peso diretto sul portafoglio, porta con sé un aspetto pratico: la scomodità del pagamento in contanti. Cinque centesimi in più significano resto da gestire, scorte di monetine per automobilisti e casellanti. Inoltre, c’è il rischio di rallentare i transiti ai caselli, soprattutto nelle ore di punta.
Dal concessionario, secondo quanto riportato, viene chiarito che non si tratta di una decisione discrezionale. L’adeguamento delle tariffe, con le regole attuali, sarebbe possibile solo in presenza di lavori di ammodernamento già completati sull’infrastruttura. Il punto, dunque, non è solo “quanto” si paga, ma “perché” si paga di più. Inoltre, chi, a livello normativo e regolatorio, determina l’aumento.
L’aumento nazionale dei pedaggi e l’indice di inflazione programmata
Il rincaro rientra in un aggiornamento più ampio. Dall’1 gennaio 2026 è previsto un adeguamento tariffario dell’1,5% per le società concessionarie autostradali. Questo riguarda quelle per cui è in corso la procedura di aggiornamento dei Piani economico-finanziari. È un passaggio che lega direttamente le tariffe al contesto macroeconomico. In particolare, all’inflazione programmata per il 2026.
Il condizionale resta legato ai tempi amministrativi. Al momento, viene spiegato, i concessionari interessati non avrebbero ancora ricevuto formalmente il decreto del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti. Ma lo stesso Mit, con una nota, avrebbe già anticipato il quadro complessivo. Ha chiarito le ragioni per cui non sarebbe stato possibile bloccare i rincari.

Il ruolo di Mit, Art e Corte Costituzionale: perché non si è riusciti a congelare i rincari
Il cuore della vicenda non è una scelta locale. È un intreccio istituzionale tra regolazione e giurisprudenza. Il Mit, nella ricostruzione riportata, afferma che la volontà politica di congelare gli aumenti si sarebbe scontrata con una decisione della Corte Costituzionale. In particolare, la Consulta, ad ottobre, avrebbe dichiarato illegittime le norme sul rinvio degli aumenti. Ha richiamato principi costituzionali che vanno dall’uguaglianza all’iniziativa economica privata, fino all’imparzialità e all’efficienza della pubblica amministrazione.
Nella nota viene riportato un passaggio netto: «La sentenza contraria della Corte Costituzionale ha vanificato lo sforzo del ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Matteo Salvini, e dello stesso Governo di congelare le tariffe fino a definizione dei nuovi Piani economico-finanziari regolatori». E ancora: «Dal primo gennaio 2026, pertanto, per tutte le società concessionarie autostradali per le quali è in corso la procedura di aggiornamento dei relativi Pef, sulla rete a pedaggio gestita, è previsto un adeguamento tariffario dell’1,5%, pari all’indice di inflazione programmata per l’anno 2026».
In questo passaggio entra anche l’Autorità di Regolazione dei Trasporti, che avrebbe determinato l’adeguamento tariffario in esecuzione della sentenza. Questo limita di fatto margini di intervento del ministero, come sottolineato nella stessa nota: «Ciò è quanto stabilito, a seguito delle decisioni della Corte Costituzionale e di Art, sulle quali il ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti non può più intervenire».
Campania, variazioni diverse: il caso Salerno-Pompei-Napoli e le altre concessionarie
In Campania, oltre alla Tangenziale, viene indicata una variazione maggiore per la Salerno-Pompei-Napoli Spa, pari all’1,925%. Un dettaglio che rende evidente come gli adeguamenti non siano uniformi ovunque. Dipendono dallo stato dei Piani economico-finanziari e dal periodo regolatorio delle singole concessioni.
Il quadro nazionale, così come riportato, include anche eccezioni e differenze. Per alcune società non sarebbero previste variazioni tariffarie a carico dell’utenza in vigenza di periodo regolatorio. Per Autostrada del Brennero Spa sarebbe riconosciuto un adeguamento dell’1,46% in una fase di concessione scaduta e riaffidamento in corso. Un mosaico complesso che, letto dal punto di vista del cittadino, si traduce in una certezza. L’aumento non è solo una scelta di singole tratte. È un effetto concreto di meccanismi regolatori e pronunce che hanno riscritto il perimetro delle decisioni possibili.
Pendolari e tempi di percorrenza: il costo “piccolo” che diventa grande
Cinque centesimi possono sembrare poca cosa, ma in un utilizzo ripetuto e quotidiano incidono. Per chi attraversa Napoli ogni giorno, e per chi usa la Tangenziale come bypass del traffico urbano, l’aumento diventa una voce di spesa ricorrente. Questo si aggiunge ai costi di carburante, manutenzione e assicurazioni.
C’è poi un aspetto spesso sottovalutato: l’operatività ai caselli. Se il passaggio a 1,05 euro aumenta la quota di pagamenti “scomodi” in contanti, il rischio è che si moltiplichino piccoli rallentamenti, con code più lunghe nei momenti di maggiore pressione. È qui che un aumento minimo può produrre un impatto massimo sul tempo, oltre che sul portafoglio.


