La senatrice del Partito Democratico, già presidente della Commissione femminicidio, a Il Campano: dal nodo del consenso alle false accuse, fino alla necessità di applicare subito misure cautelari efficaci: “Sul corpo delle donne si gioca una guerra di potere”
Denunci e rischi di non essere creduta. Ti pietrifichi dal terrore e in tribunale pretendono che tu dimostri di aver urlato o lottato. In Campania le denunce per violenza di genere sono schizzate al 39% contro una media nazionale del 29%, ma i femminicidi e gli abusi non si fermano. È il paradosso più feroce dei nostri giorni: le donne stanno facendo la loro parte, riempiendo i centri antiviolenza e firmando i verbali, ma lo Stato risponde ancora con il freno a mano tirato, incastrato in un dibattito politico surreale che sembra voler proteggere gli uomini dalle “false accuse” piuttosto che le vittime dai loro carnefici. A spaccare in due questo muro di ipocrisie è la senatrice Valeria Valente, già presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sul femminicidio, che ci trascina dentro l’arena di una giustizia che troppo spesso viaggia al contrario.
Il prezzo della denuncia e la trincea dei centri antiviolenza
La senatrice spiega subito come dietro l’esplosione dei dati numerici si nasconda in realtà una faticosa e dolorosa conquista di consapevolezza da parte delle donne, un percorso a ostacoli dove la denuncia è solo l’inizio di un calvario. “Più sono alte le violenze, più aumentano la consapevolezza e la voglia di denunciare. Ma quando le donne scelgono di farlo devono trovare reti che le accolgono, che credono ai loro racconti, che non le colpevolizzano e che sono pronte a sostenerle in un percorso lungo, oneroso e difficile. La denuncia è solo il primo passo: accanto a sé la vittima deve trovare interlocutori in grado di saper leggere quello che racconta, di dialogare con lei e di metterla nelle condizioni di arrivare all’accertamento della verità e alla pena per l’autore della violenza”.
Se la legge esige la “vittima perfetta”
Il vero intreccio strutturale si consuma però nelle aule di giustizia, dove l’impianto attuale del codice impone una distinzione surreale. La senatrice smaschera l’inganno giuridico che costringe la donna a dover provare il proprio dissenso attivo, ignorando completamente la realtà scientifica dello choc da reazione psicologica.
“Consenso e dissenso non sono assolutamente la stessa cosa, ed è un’elaborazione che mi viene dalle avvocate dei centri antiviolenza che ogni giorno difendono le donne. Se utilizziamo la parola dissenso, prevediamo sempre che la donna debba dimostrare di essersi opposta all’atto di violenza, di aver reagito o compiuto un gesto. Invece la scienza ci dice che tantissime donne, in modo particolare nella violenza sessuale, a maggior ragione se di gruppo, aggravata o su minori, rischiano di rimanere totalmente pietrificate. Vanno in uno stato di choc psicologico che le tiene immobilizzate, e di fronte a questo congelamento diventa complicato provare il dissenso in un’aula di giustizia”.
L’onere probatorio finisce così per schiacciare chi ha subito l’abuso, trasformando il processo penale in una seconda, brutale violenza dove la verità dei fatti soccombe sotto il peso di formalismi procedurali. “In un processo penale non vale quanto accaduto, ma vale quello che si riesce a provare. L’onere della prova sta sempre in capo all’accusa, quindi è sempre la donna che, di fronte a un giudice terzo, deve dimostrare oltre ogni ragionevole dubbio di aver subito violenza e chi sia l’autore. Un’opera difficilissima di fronte a uno stato di choc che causa immobilismo e assenza di reazione. Ecco perché cambia molto parlare di consenso o dissenso: una cosa è provare l’assenza di consenso, un’altra la presenza del dissenso“.

La bufala delle false accuse
Mentre la politica si agita per difendere gli uomini dal fantasma delle querele strumentali, la realtà dei dati racconta tutt’altro. Valente demolisce questa retorica patriarcale, ricordando come il vero cancro sociale rimanga la mostruosa percentuale di sommerso criminale. “Le querele strumentali? Abbiamo verificato con i numeri alla mano che sono assolutamente irrisorie. Nella media nazionale le denunce sono tra il 23 e il 24%, quindi ancora troppo basse. Abbiamo il problema inverso: le donne non denunciano perché non credute. Nei tribunali viene passato a setaccio il comportamento delle vittime, le loro abitudini sessuali, relazionali e quanti fidanzati abbiano avuto, mentre sull’autore della violenza si accende pochissimo il focus”.
La furia con cui alcune fazioni politiche respingono una norma chiara sul consenso rivela, secondo l’analisi della senatrice, la volontà profonda di preservare un atavico diritto di proprietà maschile sul corpo delle donne. “Perché esiste la paura delle false accuse nel dibattito? Ci sono forze politiche che ne fanno un cavallo di battaglia da tempo, ma c’è anche una resistenza profonda sul dominio dell’uomo sul corpo della donna. Riscrivere il reato di violenza sessuale è il passo culturale più difficile, perché su quel corpo si è giocato il potere maschile per secoli. Sottomettere quel corpo, che ha la potenza di generare la vita, significa dominare la forza più grande delle donne. Molti uomini, espressione di forze politiche reazionarie, vogliono la donna subalterna per consolidare questa asimmetria”.
Da Valditara a Vannacci: lo Stato che fa un passo indietro
L’attacco si sposta sulle politiche emotive del governo e sulla gestione dei minori nei contesti familiari più disgraziati. Valente punta il dito contro il Ministero dell’Istruzione, reo di aver svuotato i percorsi formativi legati all’affettività per assecondare la destra più retriva.
“Nei casi di violenza su bambine dai 6 ai 10 anni serve la rete familiare, ma dove manca c’è bisogno di scuola, associazioni e parrocchie. A Valditara dico che imponendo il consenso dei genitori per i corsi a scuola ha fatto fare un passo indietro alle istituzioni di fronte a famiglie problematiche o assenti. Proprio quando una famiglia dice no, la scuola deve dire due volte sì. Se anche la scuola si ritira, a chi li lasciamo questi ragazzi?”.
Secondo la senatrice, il quadro politico si fa ancora più desolante dinanzi al revisionismo cavalcato da figure come il generale Vannacci, intenzionato a cancellare l’aggravante del femminicidio, e al silenzio complice dei vertici governativi.
“Il fenomeno Vannacci è la resistenza di un pezzo di mondo maschile a questa rivoluzione femminista. Il reato di femminicidio è stato votato all’unanimità da tutte le forze politiche e mi chiedo come sia possibile che alcune donne di quella maggioranza oggi cambino così repentinamente opinione. Mi sarei aspettata una presa di posizione da Giorgia Meloni e dalla ministra Roccella, che allora parlarono di grande conquista. Sentirle mute di fronte alle affermazioni di Vannacci sorprende moltissimo”.

Il pregiudizio in tribunale: “Te la sei cercata”
La svolta decisiva non arriverà aumentando astrattamente le pene a tragedia consumata, bensì applicando con rigore specialistico e tempestività le misure cautelari già esistenti e decodificando in tempo i segnali del ciclo abusivo.
“Dobbiamo puntare su formazione e specializzazione. Di fronte a una denuncia bisogna fare un’attenta valutazione del rischio e tendere a credere alla vittima. Se una donna denuncia il furto di un motorino viene creduta, se denuncia una violenza no. Serve competenza tecnica per valutare la pericolosità sociale dell’uomo e applicare subito le misure cautelari, fino al carcere. Il pregiudizio più duro da sradicare è credere che lei se la sia cercata. Nessun femminicidio nasce all’improvviso: c’è un ciclo preciso fatto di mortificazione psicologica, violenza economica, verbale e poi fisica. Se riteniamo normale che un uomo insulti la compagna perché non ha saputo cucinare, abbiamo un problema che nessuna norma potrà sanare se continuiamo a guardare i fatti con le lenti sbagliate”.

