Il Gup del Tribunale di Napoli ha condannato 15 dei 16 imputati che avevano scelto il rito abbreviato; un imputato è stato assolto.
Il Giudice dell’udienza preliminare del Tribunale di Napoli Leda Rossetti ha emesso la sentenza di primo grado nell’ambito del procedimento con rito abbreviato derivato dall’inchiesta “Milord”. Sono quindici le condanne emesse per un totale di 111 anni, 2 mesi e 10 giorni di reclusione, a fronte di una richiesta complessiva della Procura pari a 169 anni. Inoltre, l’indagine punta a ricostruire un presunto sistema di relazioni illecite tra esponenti del mondo imprenditoriale, della politica locale e il clan camorristico dei Mallardo, storicamente operativo nel territorio giuglianese. Un solo imputato, Stefano Cecere, è stato assolto.
L’inchiesta della DDA e le origini del procedimento
Il fascicolo processuale trae origine da una vasta operazione condotta nel febbraio 2025 dai Carabinieri del ROS. L’operazione portò all’arresto di 25 persone: venti furono condotte in carcere, cinque poste agli arresti domiciliari. Inoltre, il coordinamento investigativo è stato affidato alla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, con la titolarità dell’accusa in capo al sostituto procuratore Ilaria Sasso del Verme.
Il quadro accusatorio delineato dagli inquirenti è articolato e comprende reati gravi. ssociazione di tipo mafioso, scambio elettorale politico-mafioso, estorsione, tentata estorsione, usura, trasferimento fraudolento di valori, corruzione e ulteriori delitti aggravati dal metodo mafioso. Secondo la ricostruzione della DDA, parte dei proventi illeciti sarebbe confluita nella cosiddetta “cassa comune” del clan. La cassa era destinata al sostentamento degli affiliati detenuti e dei loro familiari. Un elemento di particolare rilevanza riguarda la presunta capacità del sodalizio di condizionare l’attività dell’amministrazione comunale di Giugliano. Inoltre, secondo l’accusa, il gruppo sarebbe arrivato a influenzare la campagna elettorale per le elezioni amministrative del settembre 2020.

Le pene inflitte dal Gup: il dettaglio delle condanne
La sentenza ha ridimensionato in parte le richieste formulate dal Pm, pur confermando la responsabilità penale della maggior parte degli imputati.
Di seguito le pene irrogate:
- Andrea Abbate: 10 anni (richiesti 16);
- Francesco Abbate: 8 anni e 4 mesi (richiesti 13).
- Alberto Amicone: 1 anno (richiesti 8);
- Giuliano Amicone: 10 anni e 20 giorni (richiesti 14);
- Gaetano Diana: 4 anni e 5 mesi (richiesti 8);
- Domenico Fuso: 8 anni e 20 giorni (richiesti 11).
- Nicola Felaco: 4 anni e 8 mesi (richiesti 9);
- Francesco Fusco: 9 anni (richiesti 12);
- Vincenzo Legorano: 8 anni e 4 mesi (richiesti 11).
- Francesco Mallardo: 6 anni e 8 mesi (richiesti 12);
- Domenico Micillo: 8 anni (richiesti 10).
- Angelo Pirozzi: 11 anni (richiesti 11).
- Domenico Pirozzi: 11 anni e 4 mesi (richiesti 16);
- Vincenzo Strino: 8 anni e 4 mesi (richiesti 10).
- Nicola Napolano: 2 anni, in linea con la richiesta della Procura.
Per Stefano Cecere, per il quale il PM aveva formulato una richiesta di sei anni, il Gup ha pronunciato l’assoluzione.
Il processo non è concluso: attese le impugnazioni in appello
La sentenza di primo grado non chiude definitivamente la vicenda giudiziaria. Infatti, una volta depositate le motivazioni, i difensori degli imputati condannati avranno facoltà di proporre appello davanti alla Corte competente, aprendo una nuova fase del procedimento. Inoltre, il collegio difensivo è composto da numerosi legali, tra cui gli avvocati Matteo Casertano, Giuseppe Stellato, Luigi Poziello, Giovanni Lo Russo, Antimo D’Alterio, Michele Giametta, Antonio Russo, Giuliano Russo, Sergio Aruta, Salvatore Cacciapuoti, Luca Gili, Nicola Quatrano, Stefano Montone, Giuseppe Foglia, Luigi Senese, Alfonso Palumbo, Alba Lopez Tercero Montero, Celestino Gentile, Marcello Severino e Andrea Pirozzi.
Il “Processo Milord” resta tra le inchieste antimafia di maggiore portata istruite negli ultimi anni sul territorio di Giugliano in Campania per la natura e la molteplicità dei reati contestati e per il coinvolgimento, secondo l’accusa, di figure appartenenti alla sfera politica e imprenditoriale locale.


