Istituzioni e imprese chiedono nuove risorse pubbliche per non disperdere gli effetti del Piano
A Napoli, nelle Gallerie d’Italia, si è svolto il convegno promosso dalla Fondazione Merita dedicato al futuro del Mezzogiorno dopo il Pnrr. Al centro del confronto la necessità di garantire continuità agli investimenti una volta esaurite le risorse straordinarie europee. Il dibattito ha coinvolto rappresentanti delle istituzioni nazionali ed europee, amministratori locali e mondo economico.
Il nodo della continuità finanziaria dopo il Pnrr
La fase che si apre con la conclusione del Piano nazionale di ripresa e resilienza pone un tema cruciale: la capacità di mantenere il ritmo degli investimenti nel Mezzogiorno. Il Pnrr, pari a 194 miliardi di euro per l’Italia con una quota significativa destinata al Sud, si avvia infatti alla sua fase finale, mentre anche i Fondi di sviluppo e coesione 2021-2027 si avvicinano al termine del ciclo di programmazione. Secondo le analisi presentate dalla Fondazione Merita, il rischio è che la fine di questi strumenti straordinari lasci scoperto il fabbisogno di investimenti, proprio in una fase in cui molte opere risultano avviate ma non ancora consolidate. A ciò si aggiunge l’incertezza sulla programmazione europea 2028-2034, che potrebbe prevedere una riduzione delle risorse complessive.
Nel corso del dibattito, il sindaco di Napoli e presidente dell’Anci Gaetano Manfredi ha sottolineato la necessità di “continuare a utilizzare il metodo del Pnrr anche per gli altri fondi pubblici”, evidenziando come la sfida non sia solo quella di realizzare nuove opere, ma anche di garantire la loro gestione nel tempo.
L’impatto del Pnrr sull’economia del Mezzogiorno
Uno dei dati condivisi durante l’incontro riguarda la crescita economica del Sud negli ultimi due anni, sostenuta proprio dall’attuazione del Pnrr. Secondo le analisi citate, il Pil del Mezzogiorno ha registrato un incremento superiore rispetto ad altre aree del Paese nel 2024 e nel 2025, grazie all’accelerazione degli investimenti pubblici.
Il piano ha permesso di intervenire su infrastrutture strategiche come l’alta velocità Napoli-Bari e Salerno-Reggio Calabria, il rinnovamento di decine di stazioni ferroviarie, la rete stradale, idrica ed energetica, oltre al settore scolastico. Circa il 75% delle opere risulta già completato o in fase di esecuzione.
Il vicepresidente della Commissione europea Raffaele Fitto ha richiamato l’attenzione sulla necessità di garantire continuità a questo percorso, sottolineando come “le politiche di coesione e il prossimo bilancio europeo saranno decisivi”. Una posizione condivisa anche dal presidente di Intesa Sanpaolo Gian Maria Gros-Pietro, che ha definito il Pnrr “un debito pubblico bene emesso e bene impiegato”, evidenziando il valore degli investimenti produttivi.
Il futuro dei fondi europei e il ruolo del bilancio pubblico
Uno dei punti più discussi riguarda il futuro assetto delle risorse europee e nazionali. Il sottosegretario con delega al Sud Luigi Sbarra ha ricordato come per il Mezzogiorno siano disponibili circa 96 miliardi di Fondi di sviluppo e coesione, oltre a ulteriori risorse nazionali destinate alla transizione energetica e alla Zes unica. Tuttavia, ha avvertito sulla necessità di evitare “rimpalli negativi” nella gestione della fase post-Pnrr.
Anche l’ex ministro e presidente onorario di Merita Claudio De Vincenti ha sottolineato il rischio di un rallentamento degli investimenti, evidenziando come la quota destinata alla spesa pubblica per infrastrutture in Italia resti ancora insufficiente rispetto agli obiettivi di riduzione dei divari territoriali.
Per il presidente della Regione Campania Roberto Fico, le priorità future riguardano la transizione digitale ed energetica, insieme al rafforzamento della capacità amministrativa degli enti locali, spesso in difficoltà nella gestione dei fondi.

Una sfida ancora aperta per il Mezzogiorno
Il dibattito napoletano ha evidenziato una convergenza ampia su un punto: il Pnrr ha rappresentato una leva decisiva per il rilancio del Sud, ma non può essere considerato un punto di arrivo. La vera sfida sarà trasformare gli interventi straordinari in politiche ordinarie capaci di sostenere nel tempo la crescita e ridurre i divari territoriali.
Come emerso dal confronto, il futuro dipenderà dalla capacità di rafforzare il bilancio europeo, garantire continuità agli investimenti nazionali e coordinare in modo più efficace le politiche di coesione. Senza questi elementi, il rischio indicato da diversi relatori è quello di una frammentazione delle risorse e di una competizione tra livelli istituzionali che potrebbe indebolire i risultati raggiunti.


