L’ex governatore campano e il capogruppo regionale di FdI uniti nell’analisi critica alla presentazione del libro di Pier Ferdinando Casini a Napoli
Divisi da storie e appartenenze politiche opposte, ma sorprendentemente vicini nella diagnosi. Vincenzo De Luca e Gennaro Sangiuliano hanno offerto una lettura dura e convergente della crisi della politica italiana intervenendo a Napoli, in occasione della presentazione del libro Al centro dell’Aula di Pier Ferdinando Casini.
De Luca: «La politica ha perso il coraggio delle grandi riforme»
Nel suo intervento, l’ex governatore della Campania ha tracciato un quadro fortemente critico dello stato delle istituzioni. Per De Luca, l’Italia avrebbe una «necessità storica» di affrontare riforme profonde in settori decisivi come pubblica amministrazione, giustizia, sanità e sicurezza. A mancare, però, sarebbe una classe dirigente capace di assumersi responsabilità senza farsi condizionare dal consenso immediato o dalla paura dell’opposizione.
La sua diagnosi è netta: la politica si sarebbe ridotta a una gestione quotidiana, priva di anima e di visione. Un’amministrazione che governa l’esistente senza indicare una direzione, incapace di offrire alla società un punto di arrivo. In questo contesto, De Luca arriva a parlare di una democrazia liberale «giunta a fine corsa», svuotata dei contenuti che nel secondo Novecento la rendevano un modello avanzato di civiltà politica.
“La politica è scaduta a mero pragmatismo, a mera amministrazione senz’anima, senza visione e punto di arrivo. Oggi la democrazia come forma di governo che abbiamo conosciuto negli anni è arrivata a fine corsa, non c’è più, parlo della democrazia liberale e di quelle forme di governo che abbiamo immaginato come punto più avanzato della civiltà politica”.

Sangiuliano: «Dalle idee al pragmatismo senz’anima»
Su una linea sorprendentemente affine si è collocato Gennaro Sangiuliano, che ha parlato apertamente di un decadimento della qualità della politica italiana. Nel suo intervento ha richiamato figure come Berlinguer, De Gasperi, Fanfani, Andreotti e Almirante, esponenti di una stagione in cui la politica era ancora espressione di idee, cultura e visione storica.
Secondo Sangiuliano, l’attualità è dominata da un pragmatismo sterile, da un’amministrazione che procede senza orizzonte e senza risposte profonde alle trasformazioni globali. In un mondo sempre più multipolare, attraversato da conflitti e nuove potenze emergenti, l’Europa – ha sottolineato – dovrebbe interrogarsi su ciò che la tiene insieme e su quale direzione intenda davvero prendere.
“La qualità politica è enormemente scaduta nel Paese. Siamo passati da Berlinguer, De Gasperi, Fanfani, Andreotti e Almirante che avevano nella politica proiezione delle loro idee a una politica di oggi scaduta al mero pragmatismo, all’amministrazione senz’anima, senza visione e a un punto di arrivo della società che non serve a niente. In un mondo multipolare, con la Cina che vuole essere egemone, la Russia che ha compiuto una aggressione, India e Brasile che premono alle porte, l’Europa deve tornare se stessa, capire cosa ci unisce e dove vogliamo andare”.

Un confronto che va oltre gli steccati
Il dialogo tra De Luca e Sangiuliano, pur partendo da posizioni politiche lontane, ha messo in luce un terreno comune: la consapevolezza di una crisi strutturale della politica, che non può essere attribuita a una singola fase di governo o a uno specifico schieramento. È il segno di un disagio più profondo, che attraversa l’intero sistema istituzionale.
Il contesto culturale dell’incontro
La discussione si è inserita nel solco del volume di Casini, che ripercorre decenni di vita parlamentare e di trasformazioni della politica italiana. Un racconto che ha fatto da cornice a una riflessione più ampia sul senso della rappresentanza, sul ruolo dei partiti e sulla progressiva perdita di una dimensione culturale e ideale dell’impegno politico.
Una riflessione che interroga il presente
L’incontro napoletano non ha prodotto soluzioni immediate, ma ha acceso un faro su una questione centrale: la distanza crescente tra politica e società. Le parole dei due protagonisti, pur da angolazioni diverse, convergono su un punto essenziale. Senza visione, senza coraggio riformatore e senza una classe dirigente all’altezza delle sfide globali, il rischio è quello di una democrazia sempre più formale e sempre meno capace di incidere sulla realtà.


